Quali lieviti per il vino? Pensieri in merito ad alcune ricerche sperimentali.

Il blog cari lettori è rimasto fermo per un po’di tempo, il termine dell’anno 2012 alla fine è arrivato. Apparentemente si è portato via  il carico di profezie in merito alla fine dei tempi di madre terra, ma l’incremento di energie è risultato decisamente elevato. La crescita spirituale mi ha richiamata in modo deciso a riallineamenti dell’anima, trovando anche il tempo di dedicarmi alle mie amate letture del mondo scientifico vinicolo, scoprendo una serie di articoli interessanti sui lieviti.

Tre studi in particolare mi hanno catturata, soprattutto perchè i risultati ai quali sono giunti i ricercatori portano a conclusioni similari e collegate. Come sappiamo la maggior parte del vino prodotto si basa sull’utilizzo di lieviti commerciali, a scapito della  biodiversità.

Il primo articolo “Influence of the farming system and wine variety on yeast communities associated with grape berries pubblicato sull’ International Journal of food Microbiology Vol. 145, evidenzia come dal confronto tra  due vigneti coltivati, uno in biologico e l’altro in convenzionale, con tre diverse varietà di uva, si riscontrino differenze nelle popolazioni dei lieviti trovati sulle uve. Nel dettaglio, 27 campioni sono stati raccolti da entrambi i vigneti. Di questi campioni, 1080 colonie sono state isolate e un totale di 9 specie sono state identificate. I ceppi più importanti per la fermentazione come Saccharomyces cerevisiae sono stati genotipizzati mediante analisi dei microsatelliti ottenendo nove diversi modelli elettroforetici. I risultati hanno indicato che la diversità dei lieviti presenti sulle uve, è influenzata dai trattamenti fitosanitari effettuati nei vigneti; i vigneti trattati presentano più specie, rispetto a quelli lavorati in biologico, ma meno importanti dal punto di vista della fermentazione e della biodiversità.

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Un’altro studio effettuato in Italia “Biodiversità delle popolazioni indigene Saccharomyces da antiche cantine del sud-est della Sicilia (Italia): la conservazione e il potenziale economico”. – Istituto Regionale della Vite e del Vino, Palermo, Italia,– trae conclusioni non dissimili dal precedente, evidenziando come in una piccola zona della Sicilia, dove si effettuano ancora pratiche artigianali in cantina, su  oltre 900 lieviti Saccharomyces isolati recuperati dalla fine delle fermentazioni spontanee, abbiano rilevato almeno 209 ceppi. La biodiversità è risultata quindi molto elevata  ed in particolare la valutazione a livello di fermentazione, ha evidenziato che un certo numero di ceppi di lieviti autoctoni  isolati, sono risultati essere migliori per la fermentazione di altri ceppi industriali. Le caratteristiche dei vini prodotti con i lieviti autoctoni a livello sperimentale è risultato  industrialmente interessante, dimostrando il potenziale economico nel preservare il patrimonio e la biodiversità dei lieviti autoctoni nella realtà siciliana.

L’ultimo articolo  che cito  è Genetic diversity in commercial wineries: effects of the farming system and vinification management on wine yeasts” pubblicato nel Journal of Applied Microbiology agli inizi del mese di Gennaio. L’obiettivo dello studio era l’analisi della diversità e della distribuzione di lieviti, isolati, da uve coltivate in biologico e con metodo tradizionale, e durante la vinificazione seguente senza o con colture starter in 6 diverse cantine commerciali. Anche in questo studio sono state isolate 10 specie diverse di Saccharomyces cerevisiae, scarsamente presenti sulle uve ma dominanti durante la fase finale di fermentazione, con ben 108 genotipi. Specie, presenza e  diversità dei ceppi , sono stati fortemente influenzati dal sistema di allevamento utilizzato nella coltivazione delle uve e dal sistema di vinificazione utilizzato. La fermentazione indotta ha generato una sostituzione delle popolazioni indigene di lieviti, ma alcuni ceppi non commerciali di cerevisiae sono stati ritrovati nelle fasi finali di fermentazione. Lo studio ha confermato che i ceppi autoctoni sono in grado di condurre il processo di fermentazione fino alla fine, evidenziando l’importanza della conservazione genetica delle popolazioni di lieviti indigeni.

Queste letture e altri approfondimenti, mi rendono sempre più certa, che il futuro nei vini sarà a favore di vinificazioni che utilizzeranno sempre di più i lieviti indigeni, a mio avviso parte integrante di un determinato terroir, ed in particolare determinanti nelle caratteristiche sensoriali di un vino.

Su questo argomento, vi sono diversi punti di vista, anche espressi dagli stessi produttori che lavorano con una base di uve biologiche e biodinamiche; alcuni infatti selezionano i migliori ceppi che ritrovano sulle loro uve, per ottenere i risultati desiderati, altri sono a favore dell’utilizzo di lieviti selezionati commerciali quando non parte la vinificazione, mentre altri ancora si rifiutano di aggiungere lieviti commerciali in assoluto. Esiste una “verità” in merito ai lieviti per fare un buon vino? Personalmente non lo credo. La generazione di un vino è un percorso personale, di ogni singolo vignaiolo, che in base al proprio sentire sceglie” il meglio” in quel momento.

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